C'è qualcosa di assolutamente catartico, violento e terrificante nello scattare foto erotiche, se così mi concedete la licenza di definire questa serie di scatti che condivido oggi con voi, ad un completo sconosciuto, o quasi.
Non vorrei svelare la sua identità, anche perché dubito ce ne sia la reale necessità avendo io qui l'obiettivo oggi di parlare non di lui, bensì di un argomento di cui oggigiorno si straparla, ma di cui nessuno, realmente, ha la decenza di soffermarsi a riflettere per davvero. Ovvero, le dinamiche relazionali uomo-donna negli anni '20, ai tempi delle app di dating, dell'esposizione mediatica costante e della cultura consumistica usa-e-getta (che ahimè, non riguarda solo gli oggetti, le cose, ma purtroppo anche le persone).
Chi mi conosce sa che ho un caratteraccio: sono insicura, testarda, molto strutturata. Ho dei valori, primo fra tutti il rispetto per la persona. Sempre più spesso mi ritrovo a parlare con amici, colleghi e perfino conoscenti di quanto sia difficile, se non impossibile, instaurare rapporti duraturi, in termini relazionali. E in questi anni così vuoti di emozioni, sentimenti e valori, il mio piccolo mondo strutturato fa fatica a resistere.
Viviamo nell'era del social, dove tutto è visibile e nulla è reale, dove tutto è nelle stories e nel feed di Instagram, altrimenti non è mai accaduto; dove dobbiamo mostrare e dimostrare di fare esperienze pazzesche ed avere gli oggetti più unici e meravigliosi, ma nessuno che mostri chi sia realmente. Tempo fa, da studentessa ancora del liceo, scrissi un saggio per un concorso letterario, nel quale portavo avanti una discussione retorica sulla dicotomia tra l'essere e l'avere in una società sempre più consumistica e volta all'apparenza; correva l'anno 2014 e oggi, più che mai, siamo arrivati al declino più totale dell'essenza in quanto umani, pervasi in toto dalla necessità di apparire ed ostentare.
E voi direte "sì, tutto condivisile, ma cosa c'entrano queste foto ritratto?"... e ora ci arrivo. Ultimamente mi sono buttata in un mondo che non mi appartiene: l'app di dating. Sì, un'"experience", come direbbe qualche amico mio; no, non ho trovato quel che cercavo, o meglio, non mi ha aiutato neanche un po' a capire quel che mi serve. D'altronde ho sempre vissuto con l'idea di voler provare quante più esperienze possibili, scoprire mondi diversi dai miei, anche estremamente lontani. Per vivere secondo il "flewsplash", per l'appunto. Ma come tutti i mezzi, le app di dating possono portare benefici o meno, a seconda di come vengono usati.
Sono entrata, inconsciamente, nel vortice di cui sopra: un continuo usa-e-getta di incontri, persone che passano e non vedrai mai più, che entrano nella tua vita per qualche ora, al massimo qualche giorno, il tempo di organizzarsi l'agenda settimanale, e poi dirsi addio per sempre una volta conclusa l'occasione. Quello che mi son detta è che mi andava bene così, in fondo, mi sarei divertita finché avrei voluto, senza giudicare nessuno né giudicarmi.
A settembre ho cominciato ad usarla, vedendomi con qualcuno ogni tanto, passando momenti, conoscendo qualcuno, e facendo un paio di amicizie che, in totale onestà, sono state credo più uniche che rare, e per cui sono effettivamente grata.
Ma in altrettanta onestà, due settimane fa sono arrivata alla realizzazione che stavo cominciando ad usare l'app nel modo che mai avrei voluto, entrando nel vortice del consumismo, dove io stessa usavo le persone come oggetti, accettando di essere usata anch'io stessa come tale.
Penso che in questi mesi, quest'app mi abbia dato tutto quello che mi poteva offrire: un po' di divertimento, qualche nuovo amico, qualche conoscenza che mi è effettivamente servita a capire alcune cose del mio recente passato relazionale, ma soprattutto, mi ha offerto la possibilità di comprendere ancora di più me stessa e l'incapacità che ho di avere rapporti del tutto superficiali e privi di umanità, o perlomeno, l'incapacità di farlo per troppo tempo.
Non giudicavo prima, né oggi e né mai lo farò chi è in grado di essere "asettico", ma no: non fa per me, non alla lunga.
Per quanto si possa essere distaccati, credo che il fatto stesso di entrare fisicamente in contatto con un'altra persona con la quale condividere un piacere intenso, porti in generale a creare una sorta di connessione, psicologica, o emotiva, come volete.
Come si fa quindi a restare del tutto indifferenti? In questo modo: sparendo subito dopo, tagliando ogni possibile ponte prima che si crei un legame, anche piccolo e di poco conto, che si possa trasformare in una forma di affezione, in un'emozione e, chissà, con il tempo, in un sentimento. Così si slitta via da ogni possibilità di creare qualsiasi cosa: una conoscenza, un'amicizia, una frequentazione, meno che mai una relazione. E gli utenti di queste app, continuano così a vivere una vita fatta di frivoli incontri, momenti più o meno piacevoli o intensi trascorsi con completi sconosciuti, per paura o incapacità di restare soli ma anche di impegnarsi. E così, le relazioni uomo-donna negli anni '20 stanno lentamente morendo, sepolte da traumi irrisolti, mancanza di coraggio, paure mai affrontate e voglia di restare sulla superficie delle cose, per evitare situazioni più impegnative, che condurrebbero alla costruzione di qualcosa di fondamentalmente faticoso, ma altrettanto meraviglioso: la felicità.
Siamo succubi di noi stessi e delle nostre fragilità che non abbiamo la forza di fronteggiare. Ci facciamo spaventare dalle debolezze altrui, chiamandole "red flag", senza renderci conto che questi difetti rossi che siamo velocissimi a notare negli altri, sono in realtà lo specchio delle nostre stesse lacune. E ci spaventa l'idea che l'altro non sia abbastanza "perfetto"; così, continuiamo a saltellare da un incontro ad un altro, sperando che il successivo abbia un difetto in meno di quello precedente. Spoiler: nessuno è perfetto, in primis noi stessi.
Se abbiamo la fortuna di trovare un briciolo di sintonia al primo incontro, per paura che questa si trasformi in un qualcosa di più, ce ne scappiamo via prima ancora di scoprire se effettivamente ci possa essere una chance di stare, molto banalmente, BENE. Senza pretese, senza contratti prematrimoniali, semplicemente una persona con cui condividere tempo ed esperienze, perlomento per conoscersi e capire se effettivamente ci possano essere presupposti per una relazione.
Mi è successo 2 volte, ed entrambe le volte non ho capito. O meglio, ho smesso di provare a capire, mi son semplicemente data le spiegazioni su cui ho riflettuto e scritto qui con voi oggi: nessuno vuole più impegnarsi. E' troppo faticoso, perché dovrei impegnarmi ed accontentarmi? Perché dovrei impelagarmi in una relazione che sì, forse mi può far essere felice, ma per la quale devo investire energie e tempo? Ho infinite opzioni per divertirmi e avere piacere: perché dovrei fermarmi, scegliendone una soltanto?
Siamo la generazione dalle mille possibilità: siamo talmente bombardati da stimoli e opzioni che abbiamo perso la capacità di scegliere e combattere per qualcosa. Non serve più: abbiamo troppe opportunità per accontentarci di coglierne una e farla nostra, in maniera definitiva. E comunque ci stancheremmo presto, quindi perché iniziare?
Con questo ragazzo c'è stata una connessione, l'ho sentita in un momento preciso in cui credo di avergli scavato l'anima, con un semplice sguardo. Io non lo conosco, né pretendo di capirlo, ho solo avuto la sensazione forte che lui abbia semplicemente paura. Può avere solo voglia di divertirsi, senza farsi pare, oppure può avere avuto una batosta sentimentale e ora vuole usare le donne a suo piacimento, per ripicca forse, o perché pensa che sia l'unico modo in cui può interagire con l'altro sesso. Chissà... quello che so è che ha mandato all'aria 3 possibilità con me, di cui 2 lavorative (scemo lui, perché ci ha oggettivamente perso solo lui)... e vabbè, la terza la potete immaginare.
Non ce l'ho con lui, né con nessuno delle persone che ho conosciuto. Mi dispiace? Sì, ma più perché sono una persona estremamente curiosa e mi piacere provare a capire se qualcosa può funzionare o meno; credo sia un peccato non togliersi la curiosità di tentare.
Ma come dicevo, siamo la generazione che non tenta: molliamo ancora prima di provare, perché abbiamo troppa scelta. E sì sa: chi ha il pane, non ha i denti, e noi, oggi abbiamo troppo cibo ma troppa poca fame. Abbiamo smesso di emozionarci, di vivere: siamo il frutto di uno scrolling continuo sui feed dei social media... tutti uguali, clonati dalle ads e dagli influencer. Vorrei tornare ad incontrarci davvero: non con un like e un algoritmo.
Attrezzatura
- Nikon D500
- Nikkor Lente 16-85mm e Lente Nikon 50mm
- Riflettore Neweer
- Post-produzione: Lightroom, esaltazione morbida di colori e contrasto, bianco e nero
Yours | Flewsplash
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